giovedì 8 gennaio 2015

VOGLIAMO VEDERE IL MORTO FAMOSO

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VOGLIAMO VEDERE IL MORTO FAMOSO (Daniela Ranieri)

Bisognerebbe chiedere a quegli italiani che hanno protestato davanti alla camera ardente allestita per l’ultimo saluto a Pino Daniele quale articolo della Costituzione credono desse loro diritto di entrarci, nonostante la volontà contraria dei parenti del musicista.
Siccome non ve n’è alcuno, deve esistere una legge non scritta, una specie di patto siglato dalla gente all’insaputa di ogni personaggio famoso, in base al quale quest’ultimo, oggetto in vita di ammirazione e affetto, rinuncia per sempre alla dimensione privata della sua esistenza, e in caso di morte i suoi familiari perdono ogni potestà circa il destino delle sue spoglie.
“Vergogna” e “buffoni”, hanno gridato i presenti ai familiari, come si urla ai politici che rubano, contro cui oggi in fondo non protesta più nessuno.
Si sa quanto gli interpreti delle emozioni profonde della gente, i cantori dell’amore e del riscatto popolare, diventino patrimonio collettivo e finiscano per appartenere più al pubblico che a se stessi e ai propri cari.
Ma al di là di ogni ovvia considerazione sul culto laico del divismo, c’è qualcosa di inedito in questo rito spontaneo del diritto alle esequie, del flash mob “polemico” e del doppio funerale del cantante, voluto per “accontentare” sia Roma che Napoli. Davanti all’ospedale la gente urlava la sua determinata speranza, poi divenuta pretesa, di vedere il corpo di Daniele, di fare esperienza della sua morte, come se fosse la sua ultima performance e loro avessero pagato il biglietto.
Rimasti fuori perché la famiglia si è accorta che qualcuno scattava selfie, che sono foto con la salma sullo sfondo, i fan rivendicavano il diritto di piangerlo davanti a tutti, come se la pubblicità del dolore fosse un risarcimento, una contropartita dell’averlo seguito in concerto per anni, di averne comprato i dischi.
“Non è il modo di comportarsi” ha detto un signore a Repubblica “Pino è un personaggio pubblico, questo è il prezzo che bisogna pagare per la fama”.
Per un attimo il teatro dell’addio diventa un abbozzo di lotta di classe da Bagaglino quando compare D’Alema, contestato (anche qui!) perché “casta”, dotato del privilegio di vedere la morte da vicino.
Ma quella pretesa è certo il frutto di un equivoco. Non è chiaro quando abbiamo iniziato ad applaudire al passaggio delle bare, invece di fare silenzio.
Non fu l’applauso la forma esteriore dello sconcerto, quando nel 1984 quasi due milioni di persone si riversarono nelle strade intorno a piazza San Giovanni per i funerali di Enrico Berlinguer, ma lacrime, singhiozzi, malori.
Da allora per anni Tv e giornali hanno rimbalzato immagini di funerali diventanti eventi mediatici, ormai “comunicati” via social network in modo istantaneo, per una rapida commozione in pausa pranzo.
Abbiamo visto “folle commosse” e “file chilometriche” davanti ai feretri di Alberto Sordi, di Mario Merola (con fuochi d’artificio e isterie), di Papa Wojtyla, ma anche di personaggi che in vita non riscuotevano certo il successo delle rockstar o dei pastori di anime, come Gianni Agnelli. Del corpo ormai inerte del vip finalmente vicino, rubiamo l’ultima immagine.
La curiosità vince su ogni altra considerazione e pudore, e tale impulso è il frutto di uno spostamento della passione e della rivendicazione popolare dal campo dei diritti fondamentali a quello del diritto al puro esserci in uno show incessante a cui pensiamo di avere diritto di partecipare in quanto spettatori paganti. Alla fine della liturgia, si alza sempre una ressa di telefonini, mimesi di un “attenti” in borghese, dito pronto a scattare nel momento più denso di pathos.
Dando per assunto che i postulanti della camera ardente siano persone mediamente normali e psichicamente stabili, c’è da chiedersi se siano le stesse che entrano nelle statistiche più negative degli ultimi cinquant’anni in fatto di lavoro, tutele, assistenza sanitaria, libertà di stampa e di espressione, pari opportunità, pensioni. Siccome sicuramente lo sono, fa riflettere che non vadano ogni giorno a protestare davanti ai relativi ministeri con la stessa determinazione, avendo in faccia la stessa rabbia e la stessa sicura certezza di rivendicare qualcosa che gli spetta.

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