giovedì 22 dicembre 2016

VIRGINIA RAGGI SOTTOPOSTA A ACCANIMENTO POLITICO

Il direttore de La Verità Maurizio Belpietro commenta durante la trasmissione tv Terza Repubblica su La7 la grande attenzione mediatica verso le vicende della sindaca Virginia Raggi. "C'è un accanimento con scopo politico" sostiene Belpietro "la regia di questi attacchi è di Renzi".
Non so se quanto detto da Belpietro sia vero, ma è molto verosimile. Oggi i politici non parlano più ai cittadini. Il loro scopo principale è trasferire denaro pubblico nelle tasche degli imprenditori, far muovere gli appalti, vedi Tav, l' interminabile Salerno-Reggio Calabria, ponte sulle stretto di Messina, per le ricostruzioni post terremoto, le olimpiadi di Roma... per citare alcune opere che distribuiscono i finanziamenti pubblici. Altro che ideali, cedono il campo agli affari.
La Raggi opponendosi alle olimpiadi del 2024 ha rotto questo sistema. E' diventato il pericolo numero uno del sistema politici-imprenditori, ha bloccato questo tipo di collaborazioni, corrette o meno che siano.
Il direttore del Fatto quotidiano, Marco Travaglio, in un articolo dal titolo Giornalopoli, scrive ''In vista delle vacanze natalizie, ecco un bel gioco di società. Si chiama Giornalòpoli ed è una specie di Monòpoli, ma con una fondamentale differenza: il vincitore è noto prima ancora di cominciare a giocare. Vincono sempre i partiti e perde sempre il M5S. Funziona così: si spara ogni giorno su tutti i 5Stelle e chiunque si trovi nei paraggi, così prima o poi qualcuno lo si azzecca (“Visto? L’aveamo detto”); i partiti invece hanno sempre ragione, a prescindere. Se sono di destra, ogni scandalo è dato per scontato e non fa notizia: immunità da assuefazione. Se si tratta del Pd, ogni scandalo resta in prima pagina un paio di giorni, poi viene superato da un altro, che però è sempre un’eccezione: suvvia, il più grande partito della sinistra europea ha migliaia di amministratori, qualche mela marcia può sempre sfuggire. Meglio sorvolare, sennò poi arrivano i populisti. Righello e bilancia. Nel kit di Giornalopoli, c’è un righello per misurare i centimetri quadrati (pochi) dedicati agli scandali dei partiti e quelli (molti) riservati agli scandali dei 5Stelle. E c’è una bilancia, per pesare e misurare le diverse gradazioni di sdegno. Se alcuni idioti pentastellati di Palermo ricopiano 2 mila firme autentiche per sanare l’errore di una firma anch’essa autentica, ma con la residenza sbagliata, la cosa è infinitamente più grave del comizio del governatore Pd Vincenzo De Luca che arringa 300 sindaci Pd per istigarli a comprare col voto di scambio decine di migliaia di Sì al referendum in cambio del “fiume di soldi” garantito da Renzi,
ilfatto_2016-12-21
e viene per questo indagato. Tra i due scandali non c’è paragone, è vero, ma i 5Stelle predicano “onestà”, mentre gli altri – meritoriamente – no. Vietato domandarsi perché mai il Pd non predica l’onestà. Quindi i 5Stelle facciano come gli altri: la smettano di nominare l’onestà e nessuno gli rinfaccerà nulla. Non si parla di corda in casa dell’impiccato.
Aggiornamenti. Come il Trivial Pursuit, Giornalopoli è soggetto a continui aggiornamenti, per tener dietro all’attualità. I prossimi saranno dedicati ai casi dei sindaci di Roma e Milano, Virginia Raggi (M5S) e Giuseppe Sala (Pd). La Raggi non è indagata, ma s’è fidata – sottovalutando i segnali che le venivano da inchieste giornalistiche e voci di corridoio – di un dirigente comunale che, come tutti i suoi colleghi, lavorava in Comune anche sotto le giunte precedenti. Si chiama Raffaele Marra ed è stato arrestato perché, tre anni prima di lavorare con la Raggi, si fece regalare un appartamento da un costruttore, pur senza mai firmare un solo atto che lo riguardasse o lo favorisse (ora poi dirigeva il Personale). Sala invece è indagato in tre diverse indagini: una per falsa dichiarazione (“dimenticò” di avere una villa in Engadina), una per truffa (lo scandalo delle monete di Expo), una per falso materiale e falso ideologico nel principale appalto dell’Expo, di cui era ad e commissario (la gara per la Piastra, truccata – secondo i pm – nel 2012 per far vincere la Mantovani). Ora, per la non indagata Raggi, fioccano le richieste di dimissioni, mentre l’indagato Sala (che s’inventa un’“autosospensione” legalmente nulla, in polemica con i pm) viene implorato di rimanere al suo posto da Gentiloni, da Renzi e da ben 140 sindaci. Così ieri ha allegramente autosospeso l’autosospensione''...
Alle parole di Belpietro si aggiunge il comportamento dei rappresentanti delle Istituzioni al Quirinale in occasione degli auguri per le Festività di Natale e Capodanno. Virginia Raggi, scrive Grillo nel suo blog,  non è ignorata complottisticamente, ma invisibile: come i cittadini a questo potere sempre più inconsapevole delle sue responsabilità. 
Ognuno può trarre le sue conclusioni. Resta il fatto che la Raggi viene attaccata perché ha interrotto la cooperazione tra politici e imprenditori, ha bloccato, come scrisse Giorgio Bocca sulla vera missione della politica, il volo di uno sciame furioso d' api tutte alla ricerca del loro miele.


martedì 20 dicembre 2016

Le launeddas ritrovate: studio su tre strumenti di autore ignoto. Oggi un incontro a Cagliari

L'Associazione culturale Iscandula
in collaborazione con
la sezione di Neuroscienze e Antropologia dell'Università di Cagliari,
la Regione Autonoma della Sardegna 
e il Comune di Cagliari
 
presenta l’incontro
 
Le launeddas ritrovate:
studio su tre strumenti di autore ignoto
 Martedì 20 dicembre 2016 - ore 18.00 -
presso la sede dell’Associazione Iscandula 
in Via Azuni, 46
Cagliari

 
Ingresso libero

 
Una scoperta inattesa e una ricerca dettagliata a caccia dell’identità, della storia, e dei suoni di tre strumenti ritrovati. Si tratta di launeddas di autore ignoto – probabilmente costruite attorno agli anni Cinquanta - che appartengono alla collezione del Museo Sardo di Antropologia ed Etnografia dell'Università di Cagliari. Un tesoro nascosto rinvenuto dal presidente dell’Associazione IscandulaDante Olianas, durante una delle ricerche sulla musica tradizionale sarda, grazie ai suggerimenti del coordinatore del museo, il dottor Marco Melis
 
È nata così l’idea di scandagliare il loro passato con un esame scientifico a partire dalle loro caratteristiche tecniche. Il compito è stato affidato a due rinomati costruttori ed esperti di strumenti sardi: i maestri Luciano Montisci e Pitano Perra. Al loro fianco un team di tre giovani suonatori e costruttori - Gianluca Piras, Michele Deiana e Graziano Montisci – che hanno misurato, restaurato e reso di nuovo funzionanti gli strumenti. Nonché ne hanno riprodotto delle copie fedeli per ricrearne le sonorità. 

Ai risultati di questo importante lavoro è dedicato l’incontro di oggi 20 dicembrealle 18, a Cagliari presso la sede dell’Associazione, in via Azuni, 46. Gli interventi, destinati anche a semplici appassionati, saranno poi accompagnati dalle note della musica delle launeddas.


 
Il programma. In apertura il saluto di Emanuele Sanna, docente di Antropologia dell'Università di Cagliari e responsabile del Museo; a seguire Paolo Frau, assessore alla Cultura del Comune di Cagliari e Dante Olianas, presidente dell’associazione Iscandula. 
 
La parola passa quindi a Marco Melis, dottore di ricerca in Scienze Antropologiche, che illustrerà la storia e le rare collezioni conservate nel piccolo ma prezioso Museo dell'Università, spesso sconosciuto pure agli appassionati di etnografia. Dante Olianas racconterà come sono stati ritrovati gli strumenti e come è nato, e si è concretizzato, il progetto. Spazio quindi ai ricercatori: Michele Deiana, spiegherà l’analisi delle caratteristiche tecniche; parlerà poiGianluca Piras che ha misurato le tre launeddas (secondo i parametri utilizzati dall’antropologo danese Andreas Bentzon, uno degli studiosi più importanti della musica tradizionale sarda); e infine Graziano Montisci, che ha collaborato con Perra alla ricostruzione.

 
A seguire i maestri Luciano Montisci e Pitano Perra illustreranno le loro impressioni: la datazione, il probabile identikit dei costruttori, la qualità dello strumento, l'uso che ne è stato fatto e le problematiche emerse durante le sessioni di lavoro. Dalla teoria alla pratica: a seguire un concerto di launeddas in cui verranno utilizzati sia gli strumenti ritrovati, sia le copie ricostruite. Si esibiranno i suonatori Gianluca Piras, Michele Deiana e Graziano Montisci. In chiusura un buffet aperto a tutti a base di prodotti sardi.

L’Associazione Iscandula ringrazia "Bestimentas" per la collaborazione.

 
***
 
Info e contatti dell'Associazione Iscandula
E-mail: sisacandula@tiscali.it
tel.: 3482256594; sito: www.launeddas.it;
facebook: www.facebook.com/Iscandula?fref=ts

"NOTIZIE OLTRE I MURI", IV RAPPORTO CARTA DI ROMA SULL' IMMIGRAZIONE




PRESENTATO IL IV RAPPORTO CARTA DI ROMA, "NOTIZIE OLTRE I MURI"
Nel 2016  assistiamo a una "normalizzazione" del tema dell’immigrazione sulle testate mainstream. E mentre i media tradizionali non producono direttamente hate speech, il linguaggio d'odio dilaga sui social
«Nel quadro restituito dall’analisi su articoli e servizi si conferma la necessità di un sistema di informazione che segua percorsi autonomi, che vada a fondo nelle notizie, che fornisca ai cittadini un quadro completo dei problemi in modo che possano formarsi un giudizio. Non ‘produciamo’ hate speech e, nella generalità dei casi, evitiamo di diventarne veicolo. Tuttavia dovremmo riflettere sul fatto che l’hate speech, quello che dilaga nei social network, trova alimento nella cattiva informazione. Ed è questa la ragione per cui non possiamo sentirci innocenti», ribadisce Giovanni Maria Bellu, presidente dell’Associazione Carta di Roma, in occasione della presentazione avvenuta oggi alla Camera dei deputati di “Notizie oltre i muri” - IV Rapporto Carta di Roma, curato dall'Osservatorio di Pavia in collaborazione con l'Osservatorio europeo per la sicurezza.

Nel 2016 la presenza delle notizie in prima pagina sui quotidiani è stata ancora alta: con 1.622 notizie dedicate al tema dell’immigrazione è stato registrato un ulteriore aumento degli articoli in prima pagina sui quotidiani esaminati, mentre nei telegiornali la visibilità̀ del fenomeno migratorio si è attestata su 2.954 notizie in 10 mesi con un calo del 26% rispetto al 2015.
«Il 2016 appare, dunque, come l’anno della “metabolizzazione” del fenomeno migratorio" -  spiega Paola Barretta, Senior Media Analyst dell’Osservatorio di Pavia - con una netta presenza sulle prime pagine dei quotidiani o nelle agende dei notiziari, senza i picchi e i “record” di visibilità̀ dell’anno precedente. Un fenomeno continuamente visibile e in 1 caso su 2 associato alla politica».

I politici al centro del dibattito sull'immigrazione

Quest’anno, infatti, è la politica la protagonista del racconto mediatico del fenomeno migratorio. Esponenti politici istituzionali italiani sono intervenuti in voce nei telegiornali di prima serata nel 33% dei servizi sull’immigrazione, mentre gli interventi degli esponenti politici e istituzionali dell’Unione europea e degli stati europei sono pari al 23%: sommando le due tipologie arriviamo a calcolare che in 1 servizio su 2 il dibattito sull'immigrazione è animato da politici.
La voce di immigrati, migranti e rifugiati viene invece data solo nel 3% dei servizi e spesso in cornici narrative e contesti tematici negativi. Un dato ancora più negativo rispetto al 2015, quando erano presenti nel 6% dei servizi. 
«I rifugiati sono trattati dai media come spettatori che assistono passivamente a ciò che accade, non come protagonisti, attori - afferma Maria Cuffaro, giornalista Rai - Noi non diamo loro voce: sono trattati come una categoria, mentre lo status di rifugiato è in realtà una condizione. Manca una sistematizzazione dell’informazione, andiamo avanti per inerzia. Come giornalisti dovremmo fermarci a pensare in modo critico al nostro ruolo di mediatori dell'informazione: dovremmo dare agli ascoltatori gli strumenti per compiere scelte consapevoli».

Allarmismo in calo, ma non nella cronaca nera

Nel 2016 è stato registrato un calo della componente allarmistica, che si può spiegare in ragione dell’ampia visibilità che hanno avuto le dimensioni della politica e della gestione europea e nazionale dell’accoglienza.
Permangono tuttavia toni ansiogeni nella cronaca nera e sul rischio di attentati di matrice jihadista: è soprattutto questa seconda dimensione quella che evoca maggiore insicurezza, sia per la presunta presenza sul nostro territorio di migranti potenzialmente appartenenti a reti estremiste sia per il rischio di infiltrazioni terroristiche tra i rifugiati in arrivo sulle nostre coste.
«Naturalmente, non possiamo sentirci sollevati se - e perché - l’immigrazione viene utilizzata e amplificata di meno, sui media. Per assuefazione. Perché viene strumentalizzata da un soggetto ancor più impopolare e inquietante come la “politica politicante” - commenta  Ilvo Diamanti, professore di Analisi dell’Opinione pubblica all’Università di Urbino e direttore scientifico di Demos - Va sottolineato, ancora, come, a differenza del passato, il rapporto fra immigrati e insicurezza sisia, in parte, rovesciato nella narrazione mediale. In quanto, spesso, i media si sono occupati e si occupano degli immigrati non come autori, ma come vittime di violenze e discriminazioni».

Accoglienza e normalizzazione degli sbarchi

Nei quotidiani più della metà dei titoli nel corso dell’anno ha riguardato muri e frontiere (57%) mentre la restante parte di titoli/notizie (il 43%) è la cronaca degli sbarchi e delle tragedie del mare, raccontate nella loro crudezza e sofferenza insieme. Gli sbarchi diventano normali ma non lo è quello che accade un attimo dopo. Poco e nulla viene raccontato di ciò che accade prima che migranti e rifugiati mettano piede in Italia e, in generale, in Europa: i paesi di transito e origine dei flussi sono spesso dimenticati.
Infatti, pur essendo di nuovo l’accoglienza (con il 34%) il tema attorno al quale ruota la maggior parte della comunicazione sull’immigrazione, è diminuito rispetto al 2015 di oltre 20 punti percentuali. Tra le questioni assenti, oltre a quella del post-accoglienza e dell’integrazione, vi è anche quella dei corridoi umanitari.

I casi: Brexit e l'omicidio di Fermo

Tra gli eventi più importanti del 2016 rientra il referendum sulla Brexit. In media in tutti i telegiornali, in 3 servizi su 10 (nella settimana a cavallo del voto) è presente una associazione tra le ragioni e/ogli effetti della Brexit e il fenomeno migratorio. Questo binomio (immigrazione-Brexit) incrementa la propria visibilità dopo l’uccisione, il 17 giugno, della deputata laburista Jo Cox, ad opera di un sostenitore dei neonazisti, in tutti i telegiornali europei e specialmente in quelli inglesi.
In Italia, il 6 luglio 2016 Emmanuel Chidi Nnamdi, nigeriano di 36 anni, muore in ospedale dopo essere stato picchiato violentemente da Amedeo Mancini, quarantenne ultrà della squadra locale di calcio. Le istituzioni si stringono compatte attorno alla vedova di Emmanuel condannando nettamente la matrice razzista; allo stesso tempo, però, il fatto di cronaca nera diventa tema politico e iniziano le prime schermaglie, fra opinioni divergenti su razzismo, politiche di immigrazione, discorsi di odio.

Hate speech e deumanizzazione del linguaggio

«Il Guardian ha definito la nostra era come quella della rabbia e le bufale online lucrano proprio sull’odio. Le vittime dell’odio sono coloro che hanno meno strumenti per difendersi, è per questo che in Parlamento europeo ci siamo soffermati sull’hate speech, l’illecito incitamento all’odio online», così Cécile Kyenge, parlamentare europea, ribadisce che «le Istituzioni e la società civile debbono lavorare insieme. Dobbiamo pensare che ci troviamo in momenti difficili per chi produce informazione perché il fruitore ne è inondato. Due fattori influenzano i media: arrivare per primi e raccontare verità. I media si concentrano troppo sul primo, a discapito di ricerca e racconto della verità, che dovrebbe essere primo obiettivo di stampa in un paese libero e democratico. I cittadini chiedono sempre di più informazioni verificate e approfondite. Mantenendo fermo il punto della libertà d’espressione dobbiamo capire quando esso diventa violenza».
Dunque, nonostante la legislazione contro l’hate speech e le norme di autoregolamentazione delle piattaforme social, si assiste alla proliferazione di linguaggi profondamente intolleranti a contorno di una vicenda drammatica.
La tematizzazione politica, però, prolifera mescolando cronaca nera, disagio sociale, visioni politiche fino a sfociare nei social media in un violento scontro ideologico fra accuse di razzismo da una parte ed eccesso di buonismo verso gli immigrati dall’altra.
«La stampa ha avuto un ruolo importante nella Wilkommenskultur, nella la “cultura del benvenuto” tedesca – racconta Karl Hoffmann, corrispondente del servizio pubblico radiotelevisivo ARD, comparando la situazione italiana a quella tedesca – Nel 2015 “rifugiati” era stata scelta dalla società della lingua tedesca come parola dell’anno: aveva un’accezione positiva, legata all’accoglienza e all’empatiaCon i fatti di Colonia c’è stato un cambiamento: attraverso i social sono stati diffusi paura e odio e con essi la percezione che la stampa fosse di parte. Nella classe media si è radicata la convinzione che i media fossero semplici portavoce del governo, parallelamente sempre più gente si affida ai social media per cercare informazioni».
Su Twitter si assiste a una sguaiata deumanizzazione del linguaggio: compaiono insulti razzisti e sessisti violentissimi, si estremizzano opinioni in un conflitto virtuale fra parti avverse, abbandonando ogni remora di giudizio.  È sui social che il dialogo sfocia in conflitto verbale aperto. Così le vittime diventano carnefici, le violenze vengono giustificate come atti di legittima difesa. Singoli atti e singoli responsabili diventano simboli estesi e generalizzati a interi gruppi. Intere categorie. Profughi, africani, nigeriani e, infine, gli immigrati tutti. Stigmatizzati senza distinzione.
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Per il IV Rapporto Carta di Roma, “Notizie oltre i muri” clicca qui.
Per la sintesi dei dati contenuti nel rapporto clicca qui.

venerdì 2 dicembre 2016

RENZI, IL PRESTIGIATORE


Matteo Renzi , in questi ultimi giorni sbandiera in Tv una scheda elettorale per dimostrare che il Senato sarà eletto dai cittadini. 
E' un falso. E' un gioco di prestigio.
Questa scheda noi cittadini non la vedremo mai. E' una illusione da prestigiatore. Si vede ma non c'è.
La riforma costituzionale Renzi-Boschi-Verdini prevede che i senatori siano eletti dai Consigli regionali, tra i consiglieri regionali e i sindaci della Regione. Il nuovo articolo 57 dice che l'elezione avverrà con metodo proporzionale in conformità ai risultati delle elezioni regionali, il che significa semplicemente che dovranno essere rappresentate la maggioranza e le opposizioni formatesi nei Consigli stessi. Nella stragrande maggioranza dei casi per ogni Regione in Senato sarebbero rappresentati solo due partiti. Nessuna scheda elettorale potrà inoltre indicare quale dei sindaci sarà nominato Senatore: lo decideranno i partiti presenti nel Consiglio regionale. I cittadini, residenti ed emigrati non voteranno mai più per il Senato.
Questa è la verità reale, non quello che propone illegittimamente un disegno di legge depositato da un gruppo di parlamentari del PD..
Forse non è illegale, ma certamente non è moralmente lecito utilizzare i bambini nella campagna elettorale per il referendum.


Il referendum e il futuro dei nostri nipoti

da MicroMega
di Pierfranco Pellizzetti

Miei cari Alice, Federico, Francesca e Sofia,
quando arriverà il tempo, i vostri genitori vi racconteranno di questo nonno ben poco saggio, tossicodipendente da politica. Un vecchiaccio convinto che «l’economia dovrebbe essere materia per specialisti – come l’odontoiatria (sarebbe magnifico se gli economisti riuscissero a farsi percepire come una categoria di persone utili e competenti: come i dentisti, appunto)», mentre ognuno dovrebbe interessarsi di politica e parteciparvi attivamente. Se la precedente frase tra virgolette sulla questione economisti tirava in ballo un signore di cui questo vostro antenato è fan entusiasta – un gentleman inglese chiamato John Maynard Keynes, che studierete andando all’Università (ma non alla Bocconi o alla LUISS, per favore!) – sulla politica vi trascrivo l’opinione di un gentleman ateniese di 2.500 anni fa, Pericle: «Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile».

Tante parole per giungere a dire che il momento in cui sto scrivendo non è il tempo del politico e tantomeno del giurista, bensì dell’economista. Nella sua versione volgare di trombettiere degli interessi dei ricconi; a danno di quanti hanno meno in tasca e più speranze nella testa e nel cuore. Soprattutto i giovanissimi come voi. Che potranno realizzare i propri progetti di vita solo se la politica tornerà a essere il grande spazio pubblico in cui la libera discussione si appropria del futuro.

Contro questo modo di pensare operano grandi organizzazioni interessate a sostituire la costruzione del domani con un presente immobile che cristallizzi i loro privilegi. E per fare questo non indietreggiano davanti a nulla. Soprattutto hanno fatto predisporre dai loro servitori una neo-lingua (come nel libro di George Orwell “La fattoria degli animali”, che dovrete assolutamente leggere) dove niente corrisponde a quanto dichiara: la “buona scuola” vuol dire che c’è uno che comanda e tutti zitti in riga, “Jobs Act” vuole dire che per trovare un lavoro bisogna rinunciare ai propri diritti e alla propria dignità, “decidere” vuol dire che chi sta in cima non deve rispondere a nessuno, ridurre i costi della politica vuol dire rinunciare a eleggere i propri rappresentanti, e così via. Il gigantesco trucco affidato alle chiacchiere di un venditore di fumo chiamato Matteo Renzi. Il quale ha pensato bene di raggiungere l’obiettivo affidatogli dai padroni del mondo (un’accozzaglia di banche e affaristi specializzati nell’accollare i propri debiti a tutti noi) depurando la nostra legge fondamentale (la Costituzione italiana) dai fondamenti che ci consentono di essere ancora una democrazia, seppure imperfetta. La Costituzione che inizia dicendo che questa nostra democrazia è fondata su quanto più infastidisce Renzi e i suoi capi: il lavoro, come dignità e responsabilità delle donne e degli uomini.

Per questo, per difendere la vostra possibilità politica di guidare domani una democrazia meno imperfetta, questo nonno, come tanti altri, si è impegnato a lottare contro gli imbrogli dei padroni che vogliono decidere delle nostre e delle vostre vite.
Ci tengo che lo sappiate. È quanto lascio a ognuno di voi, con una preghiera: «non dire mai che sono stato indegno, che/ disperazione m’ha portato avanti e son rimasto/ indietro, al di qua della trincea./ Ho gridato mille e mille volte NO,/ ma soffiava un gran vento, e pioggia, e grandine:/ hanno sepolto la mia voce. Ti lascio/ la mia storia vergata con la mano/ di una qualche speranza. A te finirla». Sono le parole di un poeta della resistenza greca, Kriton Athanasulis, che mi sono care. Che spero trovino un posticino nei vostri giovani cuori. È questo che vi lascio. Attendo nuove.
Con amore.
Nonno Pierfranco

Flores d’Arcais su Le Monde: “Perché NO alle bugie di Renzi”

da MicroMega
di Paolo Flores d'Arcais, da Le Monde, 1 dicembre 2016

Renzi sostiene che la sua riforma costituzionale ha due meriti fondamentali: è razionale, perché elimina il doppione legislativo tra Camera e Senato, causa a suo dire fondamentale della lentezza, farraginosità e infine impossibilità di affrontare i problemi del paese; è pro-cittadino e anti-“Casta”, perché riduce i costi della politica, togliendo così argomenti alla demagogia populista che è sempre più pericolosa (secondo Renzi chi in Italia vota “No” apparterrebbe alla stessa ondata reazionaria del lepenismo, della Brexit, della vittoria di Trump).

Due falsità. Due assolute menzogne.

Il Senato non viene abrogato. Viene nominato dai consigli regionali, e continua ad avere funzioni legislative, benché in teoria più limitate. Ma il nuovo art. 70, che le elenca, è scritto in modo talmente complicato e contraddittorio che i maggiori giuristi ne hanno già dato cinque o sei interpretazioni tra loro incompatibili. È prevedibile un vero “can can” di ricorsi per ogni legge contestata, fino alla Corte Costituzionale. In tal modo il processo legislativo non solo non diventa più veloce ed efficiente ma rischia la paralisi. 

In compenso i presidenti o consiglieri regionali o sindaci che saranno nominati senatori godranno delle immunità parlamentari rispetto ad arresto, perquisizioni, intercettazioni, ecc., un regalo preziosissimo per la “Casta”, visto che negli ultimi anni il tasso di corruzione (e condanne) nelle Regioni e nei grandi comuni è aumentata in modo esponenziale.

Il risparmio è risibile (57,7 milioni annui, fonte ufficiale della Ragioneria dello Stato), un taglio alle pensioni degli ex parlamentari o agli stipendi dei parlamentari attuali garantirebbe molto di più (la legge proposta in questo senso dal “Movimento 5 stelle” è stata da Renzi rinviata in commissione, cioè alle “calende greche”!). La vera indecenza del costo della politica consiste nelle decine e decine di migliaia di inutili consiglieri di amministrazione di aziende pubbliche (ogni piccolo comune ha le sue), le decine e decine di migliaia di consulenze di nomina politica, il groviglio ciclopico di enti inutili, e insomma i milioni di persone che “vivono di politica”, e lautamente, per meriti che con il merito hanno ben poco a che fare. Una “Casta” che Renzi consolida.

La sua controriforma (chiamiamola col vero nome) cambia 47 articoli su 139, rappresenta una nuova Costituzione, con carattere spiccatamente oligarchico, non solo per lo strapotere dell’esecutivo ma per l’abrogazione di fatto di ogni potere di controllo (magistratura, “authorities” di garanzia, autonomie culturali, ecc.). Infatti, insieme alla nuova legge elettorale (è lo stesso Renzi ad aver presentato le due cose come complementari), se passa la controriforma della Costituzione il partito di maggioranza nominerà a propria immagine il Presidente della Repubblica (e potrà facilmente metterlo sotto accusa se non obbedisce), la Corte Costituzionale, tutte le “authorities”, il Consiglio Superiore della Magistratura (da cui dipendono tutte le nomine nelle Procure e nei tribunali), e accentrerà senza più contrappesi il potere sui beni culturali e ambientali, trasformandoli in “risorse economiche” e niente altro, come già sta facendo.

Oggi le tre forze politiche principali (Renzi, Grillo, Berlusconi/Salvini) hanno un consenso elettorale del 25/30% (il resto si disperde tra liste minori). Con meno di un terzo dei consensi (ma ormai vota solo il 60%, dunque con il sostegno di poco più di un quarto dei cittadini) il “Capo” che vince (chiunque esso sia, e per molte generazioni) avrà poteri che tutta la tradizione liberaldemocratica ha sempre considerato proto-totalitari. 

La demagogia di Renzi urla che il voto per il “No” significa immobilismo. Ma la vera conservazione è la sua controriforma, disegnata su misura per il rafforzamento, il radicamento, la costituzionalizzazione, di un sistema oligarchico che in Italia è un kombinat affaristico-politico-corruttivo con sempre più vaste sponde mafiose (secondo il “Tax Research” di Londra il rapporto tra il nero e il PIL è pari a circa il 27%, per la Banca d’Italia nel 2008 la “economia non osservata” costituisce il 31,1% (di cui il 12,6% legato alle attività criminali). Da quando Renzi è al governo questi “mondi” hanno avuto vita ancora più facile. 

In Italia la vera bandiera riformista e progressista è sempre stata la realizzazione della Costituzione del 1946, osteggiata e impedita dai governi che si sono succeduti, per il carattere fortemente egualitario e sociale di tale Costituzione, nata dalla Resistenza. 

In realtà la controriforma di Renzi è solo una versione (peggiorata) di quella di Berlusconi di dieci anni fa. Oggi Berlusconi a parole dice “No” (concorrenza tra progetti oligarchici!), ma le sue televisioni sono tutte schierate massicciamente per il “Sì”. Ovviamente sia il fronte del “Sì” che quello del “No” sono variegati e contraddittori, ma la componente essenziale del “No” è data dai milioni di cittadini che in modo autonomo (la “società civile”), negli ultimi venticinque anni si sono impegnati, spesso con gigantesche manifestazioni di piazza, per una politica di “giustizia e libertà”, contro il regime di compromesso di fatto tra Berlusconi e il Pd che si alternavano al governo. 

Queste forze oggi trovano espressione elettorale solo nel “Movimento 5 stelle” di Beppe Grillo. Ambiguo e contraddittorio, ma certamente non assimilabile ai populismi di destra che dilagano nel mondo, come Renzi ripete in questi ultimi giorni dai teleschermi per spaventare, e conquistare i voti di destra (lo dice apertamente). Grillo ha ricordato – giustamente – che senza il suo movimento in Italia la protesta anti-establishment avrebbe trovato una sua “Alba dorata” e altri lepenismi.

Ecco perché la vittoria del “Sì” vorrebbe dire la perpetuazione del conformismo d’establishment (con una nuova “Casta” al posto della vecchia), mentre la vittoria del “No” il riaprirsi della speranza, benché difficile e faticosa.

mercoledì 22 giugno 2016

Renzi, una disfatta annunciata

da MicroMega

Renzi, una disfatta annunciata















di Angelo Cannatà 


Adesso tutti parlano della sconfitta di Renzi. Troppo facile. Il ballottaggio del 19 giugno ha mostrato – con i numeri – ciò che era evidente da tempo. Può un partito che non è più di sinistra rappresentare le masse popolari? E’ una domanda semplice, che tuttavia ha faticato, non poco, ad entrare nella testa dei cosiddetti grandi opinionisti.

Il “Gruppo Espresso”, attraverso la rivista MicroMega, è tra i primi, insieme al Fatto Quotidiano, ad evidenziare la mutazione antropologica del Pd. Renzi è eletto segretario nel 2013. Pochi mesi dopo - febbraio 2014 - è Premier. MicroMega titola: “Se questo è un leader di sinistra”. Erano già accaduti fatti importanti (e devastanti) annuncio dell’odierna disfatta elettorale. Rileggiamo. E’ un commento al ballottaggio di domenica, scritto con qualche anno d’anticipo.

Se questo è un leader di sinistra.

“Renzi politico o della demagogia”. Potrebbe titolarsi così un libro sul Premier. Demagogia è parola forte, porta con sé – tra l’altro – i concetti di opportunismo e tradimento: il demagogo è, per definizione, anche colui che inganna. Renzi demagogo, opportunista, ingannatore: un attento lettore del Principe. Ma il leader del Pd – è questo il punto – può avere come modello il Segretario fiorentino? Posta la questione preliminare, andiamo al dunque.

1. Renzi ingannatore. Traditore. Il suo “Enrico stai sereno”, poco prima di pugnalare Letta, non è da meno per efferatezza (psicologica, certo, non è più tempo di omicidi politici), dell’azione di Oliverotto da Fermo che uccise lo zio Fogliani, e tutti i notabili che “li andorono drieto”. Inoltre: cos’è se non un inganno, un tradimento quel rifiutarsi ostinato (sorridente, ma brutale) di guardare nel dolore, nell’abisso di sofferenza della gente comune, mentre duetta amorevolmente con Confindustria? Insomma: da che parte deve stare, sui temi del lavoro, dell’economia, della politica, nelle questioni sociali, culturali, civili, un leader di sinistra?

2. Renzi opportunista. Trasformista. Prende i voti da Berlusconi e Verdini, ma anche da Grillo. Nella tradizione dei due forni. Vero. Ma con un’avvertenza – altrimenti siamo alle note “asettiche” e inutili di Stefano Folli – : i patti col Caimano (quelli veri) sono oscuri, segreti, indicibili; stipulati con un pregiudicato che sconta una pena e non ha una visione affidabile, democratica della cosa pubblica. Renzi vuole trattare col Condannato(ricattandolo, tra l’altro: “stai ai patti altrimenti mi alleo con Grillo”) la legge elettorale e la riforma della Costituzione. Vogliamo continuare a chiamarla “politica dei due forni” o prendiamo atto che il cinismo assoluto ne cambia i connotati rendendola perversa, ai limiti, davvero, della sopportabilità? L’eccesso di opportunismo e segretezza e decisionismo autoritario e spavalderia, eccetera, non muta la qualità di una democrazia?

3. Renzi demagogo. E’ l’aspetto paradossalmente più inquietante, nonostante il già detto, perché ai cittadini meno avvertiti sfugge la demagogia di Renzi: gli riesce, per carattere, di camuffarla bene – nei salotti televisivi – la merce contraffatta. Eppure è visibile. Basta uno sforzo. Piccolissimo. Insomma: è possibile davvero guidare un partito di sinistra e governare in nome della sinistra deridendo la forza-lavoro e il sindacato che la rappresenta, cancellando dal proprio orizzonte concettuale la giustizia sociale? Dove sta la coerenza tra il nome e la cosa? Tra i principi e la realtà? Tra i valori e l’azione politica? Norberto Bobbio: ciò che distingue la destra dalla sinistra è “il diverso atteggiamento di fronte all’idea di eguaglianza.” (Destra e sinistra, Donzelli, p. 71). Che c’entra Renzi col principio-cardine individuato da Bobbio?

E’ sotto gli occhi di tutti: il segretario del Pd compie la più rigorosa operazione di destra che si ricordi negli ultimi 70 anni: abolisce il concetto di eguaglianza dal programma – e dalla visione – della più importante forza riformista del Paese. Uno scandalo. Insopportabile. Per chi non l’avesse capito: l’abile demagogo taglia i diritti e ne sbandiera l’estensione; promuove la precarietà e ne proclama la fine; parla di lavoro e pensa al Capitale; usa il manganello e “sta” (dice) con gli operai. Questo è l’uomo. Contesta l’accusa di thatcherismo e di fatto l’incarna, distruggendo le conquiste politiche e sociali dei decenni più maturi della nostra democrazia.

Come non vederlo: colloca il partito nell’area del socialismo europeo, ma difende in ogni circostanza – “ce lo impone la crisi” – le posizioni delle destre europee. Questo è l’uomo. Da posizioni ultraliberiste distrugge lo Stato Sociale. Siamo in presenza del capolavoro politico della borghesia imprenditrice orientata a destra: si fa rappresentare dal leader della sinistra. E’ l’odierna anomalia italiana. Più acuta e lancinante – se è possibile – di quella del Condannato che lavora alla riforma della Costituzione.

D’altronde, mentre gli operai (in carne e ossa) erano a piazza San Giovanni, il demagogo, da Firenze, consentiva al finanziere Davide Serra di cimentarsi sulla necessità di limitare il diritto di sciopero. Non significa niente che, alla fine, abbia preso le distanze. Doveva smarcarsi. Si può volere la marcia su Roma e fingere d’ostacolarla. Conta che da quella fucina di idee – si fa per dire – sia emersa la proposta oscena; che sia proprio Renzi a disperdere e cancellare, nel Partito della Nazione, valori e principi che col nazionalismo non hanno nulla a che fare.

Renzi rappresenta il nuovo? Forse:

a) se nuovo significa scavalcare il Novecento, tornare a rapporti sociali denunciati da Marx, a un lavoro da schiavi senza diritti e dignità (Grundrisse);

b) se nuovo significa svilire il dialogo (discutiamo pure, ma la mia posizione non muta e decido io). Che dialogo è se manca “il mettersi in discussione”? (Socrate);

c) se nuovo significa rifiuto della mediazione: “il governo non tratta col sindacato”; 

d) se nuovo significa licenziare senza giusta causa: negare Rawls: la giustizia “è il primo requisito delle istituzioni sociali, come la verità lo è dei sistemi di pensiero”.

E’ inutile farsi illusioni: Renzi sta col Caimano ed è più pericoloso del suo socio. Questo concentrato di cinismo, opportunismo, demagogia, populismo; questa capacità, sorprendente, di tradire uomini e tradire idee non è un bene per il Paese. Urge per la sinistra, quella vera, smettere di litigare e unirsi intorno a un leader credibile (per storia, carattere, tradizione, impegno politico). Piazza San Giovanni ha dimostrato che esiste lo spazio per una nuova azione politica. Mondo del lavoro e precari. Occupati, disoccupati, nuove povertà. Tutti insieme. E’ un’impresa degna d’essere tentata.

Post scriptum. Suscita meraviglia che Papa Francesco sia più a sinistra del segretario del Pd (“l’attenzione ai deboli e ai poveri è nel Vangelo”). In realtà – se escludiamo la trascendenza – Il Manifesto e il Vangelo hanno molto in comune: “sono forze ispiratrici ancora operanti secondo il ‘pragmatismo solidale’ di Richard Rorty” (MicroMega, 4/98). Il punto è che Renzi non si ispira né a Marx né a Cristo. Ha come modello Giuda: “Gesù stai sereno” (10 novembre 2014).

Si dice: il Partito Democratico ha perso le elezioni a Torino e ha subito una disfatta a Roma, non prende più voti nelle periferie operaie. Chiedo: se quelli appena narrati sono i fatti (e i misfatti) che ha messo in atto, poteva accadere qualcosa di diverso? La domanda è quella posta all’inizio: può un partito che non è più di sinistra rappresentare le masse popolari? Infine: si può affermare che abbiamo la Costituzione più bella e, contemporaneamente, rottamarla? La gente non capisce e non vota più Pd. I 5stelle vincono 19 ballottaggi su 20. Inevitabile. E giusto. La politica ha le sue regole. “Il Pd ha bisogno di una rifondazione ideale e di un modo meno aspro di intendere la leadership”, così oggi - 20 giugno - su Repubblica, Stefano Folli. L’ha capito, finalmente. Con due anni di ritardo. Parafrasando Wilde: se è d’accordo con me mi sembra già di essere nel torto
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martedì 7 giugno 2016

Il risultato delle elezioni, secondo Matteo Renzi

Ricevo direttamente da Matteo Renzi (Enews 431) un suo commento sulle amministrative di domenica 5 giugno. Mi chiedo ma Renzi ci è o ci fa, o, absit iniura verbis, è straffato, o peggio vive in Renziland dove i risultati elettorali si devono leggere al contrario?
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foto Enews 431
mi chiedo; ma che avranno da ridere?

Il risultato delle elezioni, secondo Matteo Renzi

Come ai vecchi tempi il giorno dopo le Elezioni hanno vinto tutti. Tutti sorridono davanti alle telecamere per dire che loro sì che hanno trionfato, signora mia. Spiacente, io non sono fatto così. E l'ho detto chiaro: non sono contento, avrei voluto di più. Non sarò mai un pollo di allevamento della politica che ripete le stesse frasi banali ogni scrutinio.
Intendiamoci. Il PD rimane saldamente in testa
(praticamente fa come tutti), i suoi candidati stanno intorno al fatidico 40% in molte città (ma quando mai, a Bologna, il risultato più positivo, è poco sopra il 35% e a Torino, altro dato positivo è al 29, come il M5S), siamo l'unico partito nazionale. Cinque Stelle che canta vittoria governa in appena 17 comuni (compresi espulsi, sospesi e disconosciuti) su ottomila, cui vanno aggiunti altre quattro municipalità ieri. Il movimento di Grillo e Casaleggio è andato al ballottaggio in venti comuni sui 1.300 in cui si votava (dimentica di dire che non era presente in tutti i 1300 comuni)
La Lega crolla, Salvini sta sotto il 3% a Roma ed è doppiato da Berlusconi a Milano, doppiato! (siamo sempre al ''hanno vinto tutti'')
Forza Italia esiste ancora e ottiene risultati positivi a Napoli, Milano, Trieste. Ma scompare da Cagliari a Torino, da Bologna a Roma. La sinistra radicale che per mesi ci ha spiegato come funzionava il mondo non entra in partita né a Roma, né a Torino dove aveva scommesso tanto.
Ma una volta che abbiamo fatto questa lunga analisi del voto, per me cambia poco perché non è che “mal comune mezzo gaudio”: continuo a non essere contento.
A Napoli città il PD praticamente non c'è dal 2011: finita la fase del ballottaggio proporrò alla direzione un commissariamento coraggioso. A Roma Giachetti ha fatto mezzo miracolo a riportarci al ballottaggio: non escludo che riesca a fare anche l'altro mezzo, ma deve recuperare dieci punti di svantaggio (prima delle elezioni aveva detto a Repubblica:''noto l' appassimento di Virginia Raggi e Napoli non è messa così male''. Meglio non lanciarsi in profezie, può succedere come a Fabrizio Rondolino che in un twitter  aveva scritto ''vi do una buona notizia: Virginia Raggi non andrà al ballottaggio'',) . Olimpiadi, sicurezza, capacità di guidare una macchina complessa come il Comune di Roma: se la giocheranno su questo. Temi amministrativi, insomma, non di politica nazionale.
Che non sia un dato nazionale, del resto, si vede chiaramente dalla geografia: zone anche limitrofe vedono risultati molto diversi. È ovvio. Gli italiani sanno votare, sono liberi, scelgono di volta in volta. Fanno zapping in cabina elettorale perché non è più tempo di indicazioni dall'alto dei partiti. E quindi può accadere di tutto, come in realtà è accaduto a questo primo giro.
Dunque: onore ai sindaci eletti al primo turno, in bocca al lupo a chi corre per il secondo giro e un caloroso abbraccio a chi continua a urlare “Ho vinto!” anche quando la realtà dice un'altra cosa. Ma proprio perché non sono come gli altri a me la scenetta di dire che “abbiamo non perso” non è mai riuscita e non riuscirà mai.
Possiamo e vogliamo fare meglio, lo faremo. Punto.

Renzi non ricorda, o fa finta di non ricordare, o meglio non dice che il Pd, in 24 capoluoghi perde 210 mila voti reali, cioé -22,5 %, cioé, rispetto alle precedenti elezioni, è stato abbandonato da un elettore su quattro, mica bruscolini. Un elettore su quattro in fuga dal Pd rispetto alle comunali del 2011. Ma le dimensioni del tracollo sono ben peggiori se il voto di domenica è paragonato con le elezioni politiche e le europee. Una débâcle che assesta un durissimo colpo al partito renziano. Qualsiasi città si prenda in esame e qualsiasi elezione si confronti, l’erosione dei voti del Pd è sempre alta, sempre in doppia cifra percentuale. Quando diminuisce l’affluenza, come generalmente è accaduto, ma anche in quei pochi casi in cui l’affluenza è cresciuta. Napoli e Roma sono sempre al fondo della classifica, sia nel paragone disastroso con le europee (-62% dei voti a Napoli, qualcosa come 81mila voti svaniti, e -50% a Roma, e cioè 257mila voti perduti), sia in quello non troppo diverso con le politiche (-55,9% a Napoli e -45,9% a Roma) sia in quello solo un po’ meno triste con le comunali del 2011 (-47,4% a Napoli e -27,3% a Roma). Milano è invece il comune in cui il Pd ha perso meno voti assoluti, ma solo nel confronto con le elezioni più vicine (-28,3% rispetto alle europee e -11,3% rispetto alle politiche) mentre se si guarda alle comunali del 2011, Milano arriva terza, dopo Napoli e Roma, nella classifica delle peggiori: -24,1% e cioè oltre 58mila voti andati in fumo.
Non ricorda o finge di ricordare che ai tempi di Bersani il PD aveva raccolto, nei 24 capoluoghi 930mila voti, l' altro ieri 720mila. A Roma Giachetti ha avuto 320mila voti, mentre Marino 512mila. Dimentica o fa finta di dimenticare che il Pd ha perduto nelle periferie delle città, nei quartieri operai, conquistati dal M5S. Forse non ha giovato questo andare a braccetto con i cosiddetti poteri forti e fare leggi, come il Jobs act, che penalizzano i ceti più deboli. 
C'è poi il problema dell' astensione.
Ilvo Diamanti, che è uno dei più acuti interpreti degli umori degli italiani, ha argomentato che il non voto non è peccato. È segno di disaffezione, consueto in tutte le democrazie avanzate. Sennonché, come hanno mostrato i risultati del primo turno delle amministrative, il non voto non sarà peccato, ma può fare molto male. Se è segno di disaffezione legittimo, testimonia pur sempre una grave condizione di malessere dei regimi democratici.
Alfio Mastropaolo, nel Manifesto, argomenta '' come negare che, oltre a governare in maniera deludente la politica ha preso le distanze dai cittadini? Mentre la crisi economica li maltrattava, la politica vi ha aggiunto la sua indifferenza. Non attenuata né da qualche esibizione televisiva condita di antipolitica, né da un’improvvisata pseudo-abolizione del senato. Per contro l’indifferenza è ribadita dall’immoralità non dissimulata di una parte non secondaria del personale politico e dai privilegi che la classe dei politici spudoratamente esibisce. Così come esibisce i suoi stretti rapporti di comparaggio con i poteri che contano. Come non notare che la politica odierna è fatta d’intrecci coi potentati economici e finanziari e di poco trasparenti circuiti che combinano affari e si spartiscono prebende, infischiandosene in compenso dei problemi dei cittadini?''.
Come dargli torto?

M5S unico vincitore

Un vincitore c'è. E’ il Movimento5Stelle: preso singolarmente, analizzando i voti dei capoluoghi di provincia, è il primo  partito in Italia, anche se poi per gli apparentamenti tra liste va al ballottaggio in pochi comuni (Roma, Torino, Savona, Carbonia). Viene escluso dal ballottaggio di comuni come, per esempio,  Benevento, Bologna, Novara, Brindisi, Olbia e Grosseto.
Il quadro dei Cinque Stelle dimostra che questo movimento è il vincitore morale di queste amministrative. Se a Roma ci può essere stato un voto di protesta o di desiderio di cambiamento nei confronti di una città mal governata negli ultimi decenni, negli altri comuni capoluogo non è questo il sentire comune. Il risultato dei 5S è molto forte. Non lo si può  chiamare voto anti-establishment. E’ un voto  per il rinnovamento. Oggi, nonostante Grillo, la Casaleggio Associati e il Direttorio è il voto possibile, il voto decente e il voto utile.
Per il M5s il risultato è "storico" e ora "cambiamo tutto" commenta nel suo blog Beppe Grillo, esultando per i risultati di Roma e Torino. "Il Pd sta scomparendo, Forza Italia ormai è quasi un ricordo", ha scritto poi ancora sul blog. Il M5S andrà al ballottaggio a Savona, grazie a Salvatore Diaspro, e sono buoni i risultati di Max Bugani a Bologna, che "ha raddoppiato i voti delle precedenti elezioni comunali. A Milano, con Gianluca Corrado il MoVimento 5 Stelle è passato dal 3% a circa il 10% e a Napoli con Matteo Brambilla dall'1 al 10%". Inoltre "ci sono già alcuni sindaci eletti al primo turno (per ora Fossombrone e Vigonovo)". Insomma, "Il MoVimento 5 Stelle è lento ma inesorabile. Cambiamo tutto!", dice Grillo.
Il voto al M5S  è un voto di inversione di tendenza, rispetto alla marcia di devastazione renziana, dalla riforma della Costituzione al capitalismo assoluto. Il capitalismo di rapina e illegalità, il capitalismo alla Mackie Messer. Il voto al M5S vuol dire salvare l’ Italia dal compimento definitivo del berlusconismo, di cui, come scrive Paolo Flores d’ Arcais, il craxismo fu l’ incubazione e di cui il renzismo è l’ apogeo, sabba e trionfo.
Il M5S potrà continuare ad andare da solo sperando di raggiungere il fantomatico 51 per cento? Potrà continuare ad affermare solo noi rappresentiamo il bene e gli altri il male? Deve comprendere che non c’ è solo il bianco e il nero. Deve capire che all’ interno di queste due grandi aree si può distinguere e articolare. Il ''cambiamo tutto'' di Grillo vuol dire questo o è ancora una affermazione da egocrate? 
La mancata alleanza con Bersani che ha portato ai governi Letta e Renzi dimostrano che il M5S da solo non potrà governare. Indica a Grillo una via: 
Disastro, invece per il Pd di Renzi. Disastro non solo nei sette capoluoghi di regione dove si è votato domenica. Il risultato per il quale Renzi ha detto «non sono soddisfatto».
La dimensione della sconfitta si può cogliere solo analizzando i voti veri e non le percentuali. Bisogna dire subito che qualsiasi città si prenda in esame e qualsiasi elezione si confronti, l’erosione dei voti del Pd è sempre alta, sempre in doppia cifra percentuale.
Nel complesso delle sette città capoluogo di regione, il Pd ha perso in cinque anni oltre 218mila voti, passando da 913.403 a 695.290: è stato in altre parole abbandonato dal 23,4% dei suoi vecchi elettori. Quasi uno su quattro.
La fuga degli elettori dal Pd renziano, scrive Andrea Fabozzi nel Manifesto, è abbastanza omogenea sia nel confronto temporale (le differenti elezioni) che spaziale (le sette città sono ben distribuite nella penisola) ed è anche discretamente indifferente all’affluenza al voto.
Ma dove sono andati questi elettori del Pd? Il Centro italiano di studi elettorali del professor D’Alimonte (il politologo che ha «inventato» l’Italicum) ha proposto ieri una prima analisi dei flussi. Limitata a Torino ma comunque molto interessante. Si calcola infatti che su cento elettori di Fassino nel 2011, solo 42 siano tornati a votarlo, mentre 32 hanno scelto la candidata del Movimento 5 Stelle e 14 si sono astenuti. L’elemento che fa parlare il Cise di mutazione genetica della base elettorale del candidato Pd (che nel complesso delle liste che lo sostengono ha perso quasi centomila voti) è che Fassino sembra aver ricevuto l’appoggio della maggioranza relativa degli elettori che cinque anni fa votarono per il centrodestra, quasi tutti in fuga da quello schieramento. Il 34% di loro è passato sotto le insegne del candidato Pd.
La coalizione di centrosinistra ha vinto solo a Cagliari che ha avuto il voto dei cittadini con la riconferma del sindaco al primo turno. A Torino con Airaudo, a Roma con Fassina, a Milano con Rizzo non è andata benissimo. Non ha allargato lo spazio politico. Gli elettori di sinistra  o sono rimasti a casa (fedeli al Pd o non hanno votato) o sono confluiti ai 5Stelle.

Qualcosa non è andato per il verso giusto. Fassina e compagni dovranno capire cosa, altrimenti saranno fuori definitivamente.